Journey: malinconia e scoperta

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Data di uscita
11 giugno 2020
Sviluppato da
thatgamecompany
Pubblicato da
Annapurna Interactive
Genere
Avventura, Indie, Esplorazione
Modalità
Singleplayer, Multiplayer coop

Esistono videogiochi per i quali nessun racconto, recensione o anticipazione è in grado di prepararci. Videogiochi che sono in grado di infilarsi sotto la nostra pelle con il solo e unico intento di restare lì, per lunghissimo tempo, e tornare inaspettatamente a galla nella nostra memoria solo per farci rabbrividire ancora, magari a distanza di anni dalla prima volta che li abbiamo giocati.
Journey fa indubbiamente parte di questa categoria.
Sento il bisogno di ringraziare uno dei miei migliori amici per avermi convinta – ormai anni fa – a giocare questo titolo di cui, prima di allora, non avevo onestamente mai sentito parlare. Solo a posteriori mi rendo conto che ha voluto farmi un regalo e che probabilmente questa è stata un’ennesima dimostrazione del suo affetto nei miei confronti.

Ci risvegliamo in un deserto quieto e sconfinato, senza sapere chi siamo, ma perfettamente consci della nostra meta.

Prima di iniziare Journey, sono andata a cercare qualche informazione online, come mi capita sempre quando mi approccio a qualcosa di nuovo: cerco di evitare gli spoiler, ma ho necessità di capire almeno un minimo che cosa sto per affrontare. Da quello che avevo letto, ero riuscita a trarre tre conclusioni, riguardo questo titolo: era molto breve, visivamente bellissimo e indubbiamente diverso da tutti gli altri giochi a cui avevo giocato, ma nulla era riuscito a prepararmi – appunto – all’esperienza che ho poi vissuto una volta iniziata una nuova partita.

La prima scena che appare di fronte ai nostri occhi è l’immagine ravvicinata di una distesa di sabbia dorata che splende sotto la luce di un sole pallido e tremulo. Successivamente, l’inquadratura si allarga e capiamo di trovarci in un deserto apparentemente infinito, accompagnati da una musica che prima cresce e poi sfuma lentamente, lasciandoci avvolgere dal silenzio del deserto interrotto solo dal soffiare del vento e dal suono dei nostri passi.
Ma noi chi siamo?
Una figura misteriosa, avvolta da un mantello rosso e dorato, di cui si riescono a vedere solo gli occhi – luminosi, affilati – che posa lo sguardo su qualcosa che attira la sua attenzione: una montagna dalla quale si innalza un fascio di luce. Quella è la nostra meta.

La montagna in lontananza si riesce a vedere da praticamente tutte le zone del gioco.

Scivoliamo delicatamente fra le dune e incontriamo steli, rovine di una civiltà perduta, pezzi di stoffa che ondeggiano nel vento e che risuonano grazie al nostro canto, dandoci la possibilità di fluttuare nell’aria. Al nostro collo sventola una sciarpa magica che ci dona il potere di volare e sorvolare i paesaggi che ci lasceremo indietro nel corso del nostro viaggio.
Il concept di Journey è molto semplice: consiste nell’affrontare – appunto – un viaggio. Un viaggio abbastanza lineare che ha come destinazione una meta ben precisa, alla scoperta di qualcosa che trascende la mera trama del gioco. Una trama che non ci viene narrata chiaramente, ma che va cercata, capita, interpretata grazie alle incisioni che troviamo sparse per la mappa.
I comandi sono pochi e intuitivi, non c’è bisogno di molto per andare avanti, per raggiungere quella montagna all’orizzonte. Si prosegue in un viaggio che ci avvolge di solitudine, dandoci una sensazione straniante interrotta solo dall’incontro sporadico con altri giocatori che tuttavia resta qualcosa di etereo e – forse per questo – riesce ad accentuare ancora di più la malinconia che questo titolo fa provare.
Non esiste alcuna interfaccia su schermo, non una parola proviene dal protagonista, solo una musica leggera, malinconica e – a tratti – inquietante accompagna i nostri passi in questo viaggio che ci porterà a raggiungere la montagna e quel fascio di luce misterioso che possiamo vedere quasi costantemente in tutto il gioco.
La grafica è pulita, vagamente cartoonesca ma non per questo meno coinvolgente, con una palette di colori poco carica e decisamente rilassante che, unita alla musica, a tratti ci dà quasi l’impressione di trovarci davvero lì, fra quelle dune.

Il deserto non è l’unico paesaggio che attraverseremo in Journey.

Non svelerò molto di Journey per evitare di rovinare l’esperienza a chiunque ancora non abbia mai approcciato questo gioco. Non vi narrerò dei luoghi che andrete ad attraversare, non anticiperò nulla dei paesaggi magnifici che a volte vi faranno fissare lo schermo a bocca aperta, né della lore che andrete a scoprire mano mano continuando a camminare e a esplorare.
L’unica cosa che posso dire è che Journey merita di essere provato da tutti. Da chi ama questo tipo di giochi, da chi è solito approcciarsi a tutt’altro, persino da chi di videogiochi non sa molto. Questo titolo è più di un semplice intrattenimento: vuole essere un’esperienza sensoriale che ci spinge all’introspezione e allo stupore.

C’è ancora qualcuno che si chiede se i videogiochi possano essere considerati “arte”. Basterebbe immergersi nel mondo di Journey per ottenere una risposta a questa domanda.

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